Trio Moscatelli-Carola-Beluffi

Omaggio a Beethoven

Trio per archi e pianoforte n. 3 in do minore, op. 1 n. 3


  1. - Allegro con brio

  2. - Andante cantabile con variazioni (mi bemolle maggiore)

  3. - Menuetto. Quasi Allegro

  4. - Finale. Prestissimo


Nonostante il loro numero di catalogo, i Trii op. 1 non furono in realtà le prime composizioni pubblicate da Beethoven, perché vennero preceduti dalle Variazioni sopra una marcia di Dressler del 1782 e dalle tre piccole Sonate del 1783, che però erano chiaramente lavori infantili, mentre i tre Trii furono l'improvvisa rivelazione d'un compositore capace di dire senza timori qualcosa d'audacemente nuovo e d'imporsi all'attenzione del mondo musicale viennese con opere piene di forza e d'originalità, collocandosi subito allo stesso livello del grande Haydn.

Vennero composti in un periodo indeterminato tra il 1793 e il 1794 e pubblicati da Artaria nell'ottobre del 1795, quando però erano già stati eseguiti durante una soirée nel palazzo del principe Lichnowsky, protettore e mecenate di Beethoven nonché dedicatario di questa sua prima opera.

I Trii op. 1 di Beethoven hanno un ineludibile punto di riferimento proprio in Haydn, anche se i tratti stilistici e gli elementi della costruzione presi in prestito da Beethoven vengono profondamente modificati e sono utilizzati in un contesto totalmente nuovo. Nuova è in Beethoven anche la scrittura pianistica, che ormai si è completamente sganciata dagli ultimi residui clavicembalistici per adottare una muscolosa robustezza e una sonorità ampia, in cui è riconoscibile l'influsso di Clementi. Il Trio in do minore, op. 1 n. 3 è giudicato non soltanto il migliore della raccolta ma anche uno dei migliori lavori giovanili di Beethoven.

La drammaticità del primo movimento lascia il posto a una purissima e inalterabile serenità nell'Andante cantabile con variazione (sic): sono cinque variazioni, prive di innovazioni o particolarità dal punto di vista della struttura, ma sono comunque tra le più affascinanti degli anni giovanili di Beethoven, con il tema che viene ripetuto quasi ostinatamente, passando attraverso trasformazioni molto leggere, fino all'inattesa coda, piena d'intimo sentimento e immersa in una calma luce crepuscolare.

Nel Prestissimo ritorna moltiplicata la drammaticità dell'Allegro con brio iniziale: è il primo di quei grandi movimenti beethoveniani in cui il contrasto dei temi viene portato alle dimensioni d'un dramma di tensione quasi insostenibile. È senz'altro a questo movimento che si riferiva Nigel Fortune quando ha scritto che questo Trio "è l'opera di Beethoven che ha più segnato la sua epoca per il suo ampio dramma tonale, intensificato dalla natura del materiale tematico, dal gioco dei contrasti e dalla foga". Anche per questo finale Beethoven adotta la forma-sonata: a un primo tema agitato da un'energia cupa e da una foga inarrestabile, in un patetico do minore, si contrappone un motivo cantabile, dolente e implorante, e l'intero movimento vede questi due temi affrontarsi in una lotta incessante, con una tensione e una drammaticità estreme, che si stemperano solo nelle ultime battute, quando la coda avvia il Trio a una serena e dolce conclusione pianissimo in do maggiore.

Mauro Mariani

Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,

Roma, Auditorio di Via della Conciliazione, 11 Dicembre 1998