Trio Moscatelli-Carola-Beluffi

Omaggio a Beethoven

Trio per archi e pianoforte n. 7 in si bemolle magg., op. 97 "L'Arciduca"


  1. - Allegro moderato

  2. - Scherzo. Allegro

  3. - Andante cantabile me pero con moto (re maggiore)

  4. - Allegro moderato


Il Trio in si bemolle maggiore op. 97 è dedicato (donde il nome) all'arciduca Rodolfo, fratello minore dell'imperatore e nipote del principe elettore di Bonn, Massimiliano Francesco. L'arciduca conobbe il compositore nei primi anni dell'800 e divenne suo allievo, prima di pianoforte e poi di composizione. Ben consapevole del grande talento del suo maestro, lo aiutò più volte, non solo assicurandogli una pensione annuale dal 1809 sino alla morte, ma anche intervenendo in suo favore ogni qualvolta il difficile carattere del maestro entrava in conflitto con la società circostante. In cambio di tutto questo Beethoven doveva dargli lezioni, e oltre al Trio gli dedicò le Sonate per pianoforte op. 106 e op. 111 e la Missa Solemnis.

Il Trio fu abbozzato nel 1810, e composto in meno di un mese nel marzo del 1811, l'anno in cui Beethoven cominciò a lavorare alla Settima e all'Ottava Sinfonia. Questa composizione viene considerata come una delle più «felici» della sua musica da camera con pianoforte («È il miracolo della musica d'assieme per piano - scrive il Lenz - una di quelle creazioni complete che appaiono nell'arte di secolo in secolo») ed è legata ad un particolare momento della vita di Beethoven in quanto, nel maggio 1814, eseguendolo, l'autore appariva per l'ultima volta al pubblico come pianista, impedito in seguito dalla sordità.

La struttura tonale generale (I e II tempo in si bemolle maggiore, III tempo in re maggiore e IV di nuovo in si bemolle), nonché quella interna ad ogni singolo movimento, riflette l'interesse sempre più accentuato del compositore nell'opporre, alla tonalità d'impianto, tonalità a distanza di terza piuttosto che utilizzare il tradizionale rapporto di quinta. Questa ricerca rappresenta una delle strade intraprese da Beethoven nel tentativo, pienamente realizzato in seguito, di ampliare la forma.

Quanto il primo movimento dell'op. 70 n. 1 era compresso nell'esposizione dei temi, così l'Allegro moderato che apre il Trio op. 97 è esteso e sciolto nella struttura. Sulla prima idea esposta dal pianoforte si innestano gli archi che, introducendo un nuovo inciso tematico, rendono ancor più arioso l'inizio. Il secondo soggetto si presenta in una tonalità inusuale (sol maggiore) a cui Beethoven accede direttamente, senza impegnare la sua estrema abilità di modulatore. Nella ripresa, il primo tema ritorna in una versione delicatamente variata, uno dei tanti espedienti per superare un architettura che al compositore doveva apparire sempre più rigida.

Come più tardi nella Nona Sinfonia, Beethoven pone al secondo posto, nell'ordine dei movimenti, un tempo veloce anziché un tempo lento. Questo fattore e la particolare ampiezza rendono lo Scherzo estremamente sorprendente dal punto di vista formale e contenutistico. La varietà dei temi (dal valzer al fugato), la sonorità imperiosa del pianoforte (aggredito a piene mani con accordi ripetuti), la girandola delle tonalità sono il segno dello spirito di rinnovamento che caratterizzerà l'ultima produzione di Beethoven.

Il movimento lento, un Andante cantabile in re maggiore, è costituito da una serie di variazioni su uno dei temi più semplici e allo stesso tempo grandiosi di Beethoven. Le «variazioni rimangono a lungo in una sfera di decorazione puramente intellettualistica» (Riezler) fino alla ripresa del tema, sottoposto questa volta a mutamenti di carattere armonico.

Beethoven non crea una netta cesura tra gli ultimi due movimenti come se l'Allegro moderato conclusivo fosse la naturale continuazione dell'Andante, un'ulteriore variazione che presto si spinge verso nuovi confini (l'incipit tematico, del resto, non è altro che l'inversione delle note del tema dell'Andante). Un momento di particolare carica espressiva è nel Presto conclusivo in cui il tema principale, trasformato in un tempo di 6/8 e armonicamente decentrato (la maggiore), è affidato agli archi su un lunghissimo trillo del pianoforte, come se arrivasse da molto lontano. Si prepara così un'irruente e prolungata coda, necessaria ad equilibrare il Trio che, a livello temporale, supera i normali canoni di sviluppo.


Fabrizio Scipioni

Testo tratto dal programma di sala del Concerto dell'Accademia di Santa Cecilia,

Roma, Auditorio di via della Conciliazione, 20 novembre 1992

Particolare del viso del ritratto di Beethoven mentre compone la Missa Solemnis, eseguito da Joseph Karl Stieler, 1820, Beethoven-Haus